domenica 30 novembre 2014

Il dilemma dell'inglese

In questi ultimi giorni si è fatto un gran parlare della proposta della professoressa Santerini di investire risorse nella formazione dei docenti neoassunti e di ruolo per quanto riguarda, tra l'altro, la lingua inglese.

Due parole sull'inglese e il mondo della scuola vorrei proprio dirle premettendo che parlerò solo della scuola dell'Infanzia di cui si occupa questo blog.

Cominciamo con il dire che la lingua straniera non è materia curricolare all'Infanzia anche se nei campi d'esperienza è  previsto come obiettivo di apprendimento scopre la presenza di lingue diverse (decisamente troppo generico!).

Sappiamo tutti dell'importanza che la lingua inglese riveste nella società attuale e nel mondo del lavoro e altrettanto consolidata è l'opinione che l'apprendimento più è precoce più è efficace e duraturo. Per questi motivi molte scuole prevedono dei progetti di avvicinamento alla lingua inglese più o meno strutturati, più o meno validi a seconda delle caratteristiche dell'utenza e delle risorse professionali. In altri casi sono le amministrazioni comunali a provvedere attraverso il Piano di diritto allo studio interventi specifici.

Io sono dell'idea che, almeno nella scuola dell'Infanzia, sia più opportuno che un percorso didattico sia svolto dai docenti curricolari. Intanto perché l'apprendimento dei bambini piccoli passa anche attraverso la costruzione di una relazione di fiducia e poi i tempi di attenzione sono più brevi e ha poco senso prevedere un'ora d'inglese a settimana per poi passare 40 minuti a disegnare perché ci si rende conto che i bambini non riescono più a concentrarsi. Molto meglio costruire ogni giorno occasioni in cui si utilizzano le parole inglesi legate all'attività che si sta svolgendo in quel momento. 

Voglio spendere ancora qualche parola sull'utilizzo dei docenti madrelingua che non parlano italiano o perchè proprio non lo sanno o perché il metodo assolutamente non lo prevede.  Non è realisticamente pensabile!!! Mi ricorderò sempre di quella volta in cui la docente madrelingua ha proposto ad un gruppo di 5 anni di colorare l'immagine di un coniglio pasquale. Alla domanda di una bambina su chi fosse, si è lanciata in una spiegazione delle tradizioni legate alla caccia alle uova di cioccolato in inglese. Ovviamente i bambini non hanno capito nemmeno vagamente il senso di quanto stava dicendo. Così ha riproposto nuovamente la spiegazione con lo stesso risultato. Alla fine ho dovuto tradurre in italiano. Ed è stato così praticamente sempre. Un'altra volta ha chiesto di disegnare un ponte accompagnando alla parola un gesto con la mano: i bambini hanno diligentemente tracciato degli arcobaleni sui fogli. Per fortuna sono intervenuta altrimenti adesso sarebbero convinti che arcobaleno si dice bridge!
Non ha senso ad un certo punto dell'anno far comparire dal nulla una persona che dice cose incomprensibili, decisamente meglio organizzare un progetto curricolare che può essere arricchito da alcuni momenti con un docente madrelingua. Naturalmente questo presuppone che l'inglese diventi materia curricolare e che gli insegnanti siano opportunamente formati (ossia che lo sappiano parlare e lo sappiano insegnare).

Oltre a questo, mi vengono in mente altre due motivazioni per cui sia necessario avere una sufficiente conoscenza dell'inglese.
Prima di tutto la presenza di minori e famiglie immigrati. In molte nazioni del mondo l'inglese è lingua ufficiale (Filippine ed India per esempio), in altre viene parlato abbastanza bene dagli adulti  (come la Germania). In questi casi l'inglese rappresenta l'unica possibilità di creare un legame con chi è appena arrivato. Certo non vale per tutte le zone di provenienza.

Ultima considerazione: più volte in queste ultime settimane mi sono trovata ad avere a disposizione materiale per aggiornamento e studio scritto in inglese. Senza un'adeguata conoscenza della lingua non avrei saputo che farci. Invece ho trovato spunti molto interessanti e soprattutto aggiornati. 

Si può fare scuola senza sapere ed usare l'inglese, almeno fino ad un certo punto ma credo anche che la lingua inglese aggiunga qualità al lavoro scolastico e alla professionalità di ogni docente.

sabato 29 novembre 2014

La recita di Natale

Natale si sta avvicinando a grandi passi e tutte le scuole dell'infanzia si preparano all'evento con un fiorire di decorazioni, addobbi, canzoni e quant'altro.
Natale è uno dei momenti più belli per i bambini che ne parlerebbero volentieri tutto l'anno.
Non tutte le scuole organizzano un momento di festa con i genitori. Due sono le principali motivazioni.
Prima di tutto la normativa sulla sicurezza: ogni locale ha infatti un'agibilità che ne prevede la capienza massima e se una scuola non è dotata di un salone o ne ha uno molto piccolo non possono essere organizzati momenti comuni.
Il secondo motivo è di natura educativa: molti insegnanti ritengono che lo spettacolo di Natale sia un evento troppo stressante per i bambini sia nella preparazione sia quando si trovano a doversi esibire davanti ai genitori.
Effettivamente la preparazione di una festa, anche se essenziale, richiede un certo impegno da parte dei bambini, ad esempio per imparare il testo di una canzone o di una filastrocca. Alcuni bambini si vergognano ad esibirsi in pubblico, altri non ne vogliono sapere di indossare i costumi previsti. I più piccoli spesso piangono alla vista dei genitori e vogliono subito correre in braccio alla mamma.

La mia opinione è che la festa di Natale non sia qualcosa di assolutamente necessario ma un'occasione per sperimentare nuove attività e raggiungere diversi apprendimenti. Tutto sta nella progettazione che i docenti ne fanno e nell'adeguatezza degli obiettivi che si pongono anche in relazione alle fasce d'età.

Se diventa un tour de force accompagnato da continue sgridate e musi lunghi, è decisamente il caso di lasciar perdere. 

Dovrebbe invece essere la possibilità di realizzare qualcosa insieme agli altri di cui andare fieri e di cui rendere orgogliosi anche mamma e papà. L'atmosfera è la chiave di tutto e pazienza se un piccolino anzichè dire la poesia scoppia a piangere e corre in braccio alla mamma. Capita e non è certo un dramma. Semmai è un'indicazione sul lavoro da fare.

venerdì 28 novembre 2014

Due libri a confronto sulla scuola

Questa settimana scrivo di due libri apparentemente sullo stesso argomento che mi hanno lasciato impressioni molto diverse.
Il primo si intitola La scuola fa male.
L'autore, James Marcus Bach, (figlio dello scrittore Richard Bach) ci racconta di essere arrivato a questa conclusione sulla base della sua esperienza personale. Nonostante abbia solo una licenza media è un esperto internazionale nell'ambito del software testing e famoso consulente per molte aziende perciò la scuola non serve.


Tanto per essere chiari comincerò subito col dirvi che questo libro non mi è piaciuto per niente. Ho fatto una certa fatica a leggerlo e ho saltato diverse pagine.
Il titolo mi incuriosiva perché trovo molto interessante leggere le critiche: aiuta a riflettere e a migliorare.
Il sottotitolo dice "il libro che tutti gli insegnanti dovrebbero adottare". Mi aspettavo quindi che parlasse di scuola ma non è così. La scuola è citata solo di striscio.
La tesi fondamentale del libro è che la scuola non è indispensabile all'istruzione, si può imparare e diventare qualcuno anche senza un'istruzione formalizzata. Fin qui niente da dire: impariamo da tutto e da tutti, concetto ovvio, non certo rivoluzionario nell'ambito delle scienze umane.
Per rendere più chiaro il suo pensiero, l'autore utilizza la metafora del bucaniere studioso libero di dedicarsi ad imparare solo ciò che gli piace o gli serve.
Da qui parte la spiegazione, passo passo, del suo personale stile di pensiero e di apprendimento. E' proprio questo che non funziona secondo me perché c'è un continuo confondere l'individuale con il generale: il fatto che la sua mente lavori in un certo modo non significa che la mente umana proceda così in generale. Ed è quantomeno curioso che si critichi la standardizzazione dell'istituzione scolastica per poi andare a proporre un'alternativa fatta di principi, fasi e tecniche.

L'altra proposta è Lettera a un insegnante dello psichiatra Vittorino Andreoli. In questo caso l'autore, pur essendo uno studioso (anche parecchio famoso), non si propone di spiegare un metodo rivoluzionario ma semplicemente di parlare un po' della scuola con chi ci lavora.


Il testo è densissimo di spunti di riflessione, molti dei quali dedicati al concetto di gruppo. Ve ne trascrivo alcuni.

"A te è stata affidata  una classe, tutta la classe, e per questo non devi perdere alcuni allievi per strada (...) imparare a stare insieme e in gruppo diventa così un laboratorio di ancor maggior significato (...) La scuola oggi prepara solisti che vagano alla ricerca di un insieme che non trovano semplicemente perché non sanno stare con gli altri, attenti solo a cosa li distingue e non a cosa li unisce. Un simile insegnamento alleva al narcisismo e alla depressione ed entrambe sono malattie gravi."

Andreoli propone di cominciare a costruire una pedagogia del noi che non cancella l'Io ma lo inserisce nel gruppo consapevole che non si smorzano le qualità individuali ma diventano funzionali a tutti.

Come si capisce è molto critico nei confronti della competizione e del creare graduatorie soffermandosi non tanto sull'insuccesso ma sui rischi del successo "l'eroe se non è posto sull'altare, non sa stare in nessun altro luogo e muore. La sindrome del più bravo è una delle condizioni che compromettono maggiormente lo sviluppo armonioso di un giovane in crescita (...) nel primo della classe si promuove una personalità diretta soltanto a mantenere il primato a costo di ogni altra opportunità per scoprire e sviluppare diverse tendenze e abilità. E ciò impoverisce, in una fase in cui è bene che l'esperienza e gli ambienti in cui ci si mette alla prova siano diversificati".

Nel corso del volume si trovano moltissimi altri spunti di riflessione legati ad altri aspetti della professione docente e della scuola, tanto che è impossibile leggerlo una volta sola; anche perché, secondo me, lo stile usato è semplice ma efficace nello stesso tempo, colloquiale proprio come in una lettera personale.
Questo secondo libro lo consiglio vivamente agli insegnanti ma anche ai genitori, sul primo sono perplessa e mi piacerebbe sapere se qualcun'altro lo ha letto e che cosa ne pensa.
 

domenica 23 novembre 2014

L'ora del codice

Ultimamente si fa un gran parlare dell'introduzione del coding ossia le abilità di programmazione informatica nella scuola a partire dalla primaria. Si pensa perfino di quantificare tale attività in un'ora alla settimana. 
Siccome come al solito non riguarda la scuola dell'infanzia me ne ero abbastanza disinteressata. Tra l'altro dove lavoro lo strumento più tecnologico in dotazione è lo stereo con la porta USB (appena regalato dai genitori) quindi con tutta la buona volontà siamo proprio su un altro pianeta.
Non che l'istituto non sia dotato di Lim, laboratorio d'informatica supermegainnovativo (tanto che può accedervi solo il personale che ha seguito un opportuno corso di formazione), connessione internet e via discorrendo. E' solo che a questo mondo delle meraviglie non hanno accesso nè i bambini nè le insegnanti dell'infanzia (non mi è ben chiaro il motivo ma non mi dilungo sulla polemica).
Avevo quindi tranquillamente sorvolato sull'argomento fino a quando scorrendo il sito del Ministero mi sono imbattuta in un banner che non avevo mai visto: Miur Cini dice la scritta colorata. Clicco sopra e... finalmente anch'io accedo al fantastico mondo del coding.
Si tratta di un percorso didattico rivolto ai docenti che lo possono usare in classe ma anche ai genitori che lo vogliono proporre ai propri figli e perfino ad altri utenti che desiderano esercitarsi a scopi personali.
Tutte le risorse sono gratuite e facilmente accessibili: se ci si registra si possono anche salvare i propri progressi.
Ci sono una serie di attività interattive che vi guidano piano piano nel mondo della programmazione cominciano da un labirinto in cui bisogna costruire i comandi corretti in modo che un Angry Bird riesca a mangiarsi un maialino verde. Le difficoltà aumentano man mano perché si aggiungono gradualmente nuovi comandi.
Per ora ho appena iniziato il viaggio alla scoperta del coding ma mi è piaciuto e penso che continuerò e proverò a proporlo a mia figlia.
Adoro queste iniziative di formazione gratuite e accessibili a tutti: io sono dell'idea che dovrebbero diventare prassi.
Vi terrò aggiornata sui miei progressi (almeno spero che ce ne siano).

venerdì 21 novembre 2014

Il galletto maciste

Questa settimana vi presento un libro per bambini. S'intitola Il galletto Maciste di Anna Sarfatti con le illustrazioni di Valentina Magnaschi.

E' pensato per i bambini che stanno imparando a leggere perché è scritto in stampatello maiuscolo ma la storia, letta da un adulto, va benissimo anche prima.
Il protagonista è un galletto brontolone di nome Maciste. Quando nella fattoria in cui abita nasce un vitellino, tutti gli altri animali accorrono e gli regalano qualcosa, tranne lo scorbutico galletto che si lamenta perché d'ora in poi la mattina dovrà lavorare di più per svegliare con il suo canto anche il nuovo arrivato.

La voce è il vanto di Maciste ma una brutta sorpresa lo attende: la febbre galloccina. Casualmente il vitellino avrà un ruolo determinante nella soluzione del problema e alla fine della storia lo scorbutico galletto imparerà che "un amico vale più di un gioiello".



Oltre alla bella storia, ve lo segnalo anche per le illustrazioni molto colorate.
Buona lettura!

martedì 18 novembre 2014

Perché lavorare sulle stagioni?

Uno degli argomenti su cui si lavora di più alla scuola dell'infanzia è il trascorrere delle stagioni. 

Ho notato che diverse insegnanti si lamentano perché sono tanti anni che affrontano questo tema e si sono stufate.
E' normale che chi lavora da un po' di anni si trovi a ripercorrere gli stessi contenuti: succede a tutti i docenti di qualsiasi ordine e grado di scuola. Non credo però che un docente di matematica possa pensare di non fare le proprietà delle potenze perché sono già diversi anni che le spiega.

L'equivoco alla scuola dell'infanzia nasce dal fatto che non sembra esserci un programma ministeriale con dei contenuti obbligatori. In realtà non è così perché anche noi abbiamo un programma a cui attenerci, ossia le Indicazioni per il curricolo (che hanno sostituito gli Orientamenti). Il curricolo è strutturato in cinque campi disciplinari che prevedono delle competenze che devono essere sviluppate. Possiamo decidere quali percorsi attivare, in che periodo dell'anno scolastico e quante ore dedicarvi con una libertà che i docenti delle altre scuole non hanno ma non possiamo certo decidere di saltare a piè pari uno di questi obiettivi.

Nella fase tra i tre e i sei anni, i bambini sviluppano i fondamenti delle idee sul tempo, una di queste riguarda la ciclicità. Si può sviluppare questo concetto lavorando sul ripetersi delle fasi della giornata o sulle stagioni. L'orologio, pur essendo un percorso affascinante, è complesso e certo non proponibile se non ai bambini più grandi dell'ultimo anno. Inoltre i cambiamenti stagionali sono facilmente osservabili dalle finestre delle nostre aule e nei giardini delle scuole, oltre che per le strade, dai balconi di casa...
Molti sono i collegamenti che si possono fare con l'ambito scientifico e con quello artistico.

Perchè privare i bambini di questa opportunità solo perché "noi l'abbiamo già fatto tante volte", perchè non raccogliere la sfida di trovare nuove e sorprendenti modalità?



Un'altra nuova avventura

Oggi è iniziata per me una nuova esperienza: nella mia classe è arrivata una piccola bambina di tre anni che parla solo filippino, io non capisco lei e lei non capisce me e naturalmente neanche i suoi compagni.
Non è la prima volta che incontro alunni stranieri ma mai così piccoli e appena immigrati.
Sarà un'occasione importante per me, per crescere come persona e come insegnante.

Cercando qua e là ho trovato queste parole in cui mi sono davvero ritrovata:

"Straniero in classe" non è (...) solo l'allievo che proviene da qualche altro paese, ma anche l'insegnante che davanti a quell'allievo si sente a sua volta spaesato, quasi stranito perché vede messi in discussione molti dei pregiudizi su cui si basa il suo modo normale di fare scuola. Davanti a questa esperienza di straniamento un insegnante può decidere di far finta di niente, come se non fosse accaduto nulla, continuando a pensare e a operare in classe come ha sempre fatto, forse addirittura più sordo di prima. Di questa stessa esperienza, però, un insegnante può anche fare tesoro, trasformandola in un'occasione di autoformazione per sè e per i propri allievi (Zoletto 2007).



lunedì 17 novembre 2014

Un'imperdonabile leggerezza

E' di pochi giorni fa la notizia della morte di una bambina di soli 4 mesi in un incidente stradale. Ancora non è stata chiarita la dinamica ma quello che sembra certo è che la piccola non viaggiasse sul suo seggiolino ma in braccio. 
Non capisco, davvero non capisco come si possa essere così superficiali.
Dopo tutte le campagne informative di questi anni, c'è ancora qualcuno che con la scusa di fare solo poca strada compie un errore imperdonabile.
Che tristezza...
Vorrei scrivere altro ma mi sale un groppo alla gola...

venerdì 14 novembre 2014

L'estinzione dei supplenti

C'era una volta la categoria dei supplenti ed oggi non c'è più, tragicamente estinta come i dinosauri.

Le scuole non hanno i soldi per pagarli o magari preferiscono destinare quei pochi che hanno per progetti visibili e accattivanti in grado di attirare il gradimento dei genitori dei propri alunni. 
Così quando un docente manca il supplente non viene neanche cercato e gli alunni di una classe si dividono nelle altre. 
Alla scuola dell'infanzia poi vige la squallida scusante che tutto sommato non si rischia di stare indietro col programma ed in fondo si può fare anche semplice assistenza e sorveglianza.
Sarà... ma dopo una laurea con lode e l'aver vinto un concorso pubblico molto selettivo non mi sento proprio a mio agio nel ruolo di sorvegliante.
Se poi mi viene detto che è l'unica soluzione per coprire l'emergenza imprevista mi viene da chiedere se si possa parlare d'emergenza quando capita in media una volta a settimana da settembre a giugno e se sia poi così imprevista la mancanza di un docente che ha chiesto un permesso con tre settimane d'anticipo.
Sara ... ma mi sa tanto di presa in giro.
I sindacati consigliano di farsi fare un ordine di servizio dal dirigente con precisati anche i nomi dei minori temporaneamente affidati onde tutelarsi per qualsiasi evenienza. Ovviamente nessun dirigente si sogna di farlo, toccherebbe a noi pretenderlo... ma, vi dirò, mentre ci avviamo verso il tramonto degli scatti per anzianità sostituiti dagli scatti di merito decisi dal dirigente che ogni tre anni sceglie i più meritevoli (e qui ci sarebbero da scrivere fiumi di parole), non ho nessuna voglia di irritare neanche minimamente il preside. 
Lasciamo stare e speriamo che la provvidenza mi assista.

Toxic testament

Per la prima volta partecipo anch'io all'iniziativa I venerdì del libro.

Quello che vi presento è un giallo scritto in lingua inglese, livello B1.

Toxic testament, delle edizioni Giunti, è un volumetto pensato appositamente per allenare e migliorare il proprio inglese. Il libro infatti è arriccchito da brevi esercizi di vario tipo da fare man mano che si procede con la lettura: indovinelli, anagrammi, completamento di frasi e simili.

La trama: l'ispettore Hudson di Scotland Yard indaga insieme alla simpatica miss Elliot sulla morte di sir Anthony Baker apparentemente avvenuta per cause naturali. Qualcosa però non quadra e, sospetto dopo sospetto, si delinea una realtà ben diversa.

Ve lo consiglio se vi piace il genere e avete voglia di esercitarvi un po' con la lingua inglese.

Inoltre, se vi piace, ne trovate altri nella stessa collana.


martedì 11 novembre 2014

Spazziamo le foglie secche

Siamo nel vivo del progetto sull'autunno e oggi abbiamo proposto un'attività di collage. 
Abbiamo preparato i due pezzi della scopa/rastrello da far incollare ai bambini (i nostri hanno solo tre anni ma con i più grandi si può far ritagliare direttamente a loro) e poi via libera con le foglie di carta velina che svolazzano qua e là.
Il lavoro è piaciuto molto e la resa è davvero buona.
Ecco il risultato...



Di cosa parlerò?

Comincio questa sera una nuova avventura: avere un blog. Era da tanto che lo volevo fare e stasera finalmente mi sono detta: si comincia!
Di che cosa vorrei parlare? Soprattutto di scuola, principalmente della cenerentola del sistema scolastico italiano, la scuola dell'infanzia. Molti non lo sanno ma si chiama così.
Io ci lavoro tutti i giorni e vorrei mostrarla a tutti dall'interno. 
Il mio intento è aiutare a far capire che si tratta di una scuola vera e propria con dei contenuti displinari e delle esperienze didattiche di tutto rispetto. Ovviamente con una metodologia adatta all'età dei bambini e quindi con una dimensione ludica e fantastica.
Sono molto emozionata e spero di riuscirci.