venerdì 28 novembre 2014

Due libri a confronto sulla scuola

Questa settimana scrivo di due libri apparentemente sullo stesso argomento che mi hanno lasciato impressioni molto diverse.
Il primo si intitola La scuola fa male.
L'autore, James Marcus Bach, (figlio dello scrittore Richard Bach) ci racconta di essere arrivato a questa conclusione sulla base della sua esperienza personale. Nonostante abbia solo una licenza media è un esperto internazionale nell'ambito del software testing e famoso consulente per molte aziende perciò la scuola non serve.


Tanto per essere chiari comincerò subito col dirvi che questo libro non mi è piaciuto per niente. Ho fatto una certa fatica a leggerlo e ho saltato diverse pagine.
Il titolo mi incuriosiva perché trovo molto interessante leggere le critiche: aiuta a riflettere e a migliorare.
Il sottotitolo dice "il libro che tutti gli insegnanti dovrebbero adottare". Mi aspettavo quindi che parlasse di scuola ma non è così. La scuola è citata solo di striscio.
La tesi fondamentale del libro è che la scuola non è indispensabile all'istruzione, si può imparare e diventare qualcuno anche senza un'istruzione formalizzata. Fin qui niente da dire: impariamo da tutto e da tutti, concetto ovvio, non certo rivoluzionario nell'ambito delle scienze umane.
Per rendere più chiaro il suo pensiero, l'autore utilizza la metafora del bucaniere studioso libero di dedicarsi ad imparare solo ciò che gli piace o gli serve.
Da qui parte la spiegazione, passo passo, del suo personale stile di pensiero e di apprendimento. E' proprio questo che non funziona secondo me perché c'è un continuo confondere l'individuale con il generale: il fatto che la sua mente lavori in un certo modo non significa che la mente umana proceda così in generale. Ed è quantomeno curioso che si critichi la standardizzazione dell'istituzione scolastica per poi andare a proporre un'alternativa fatta di principi, fasi e tecniche.

L'altra proposta è Lettera a un insegnante dello psichiatra Vittorino Andreoli. In questo caso l'autore, pur essendo uno studioso (anche parecchio famoso), non si propone di spiegare un metodo rivoluzionario ma semplicemente di parlare un po' della scuola con chi ci lavora.


Il testo è densissimo di spunti di riflessione, molti dei quali dedicati al concetto di gruppo. Ve ne trascrivo alcuni.

"A te è stata affidata  una classe, tutta la classe, e per questo non devi perdere alcuni allievi per strada (...) imparare a stare insieme e in gruppo diventa così un laboratorio di ancor maggior significato (...) La scuola oggi prepara solisti che vagano alla ricerca di un insieme che non trovano semplicemente perché non sanno stare con gli altri, attenti solo a cosa li distingue e non a cosa li unisce. Un simile insegnamento alleva al narcisismo e alla depressione ed entrambe sono malattie gravi."

Andreoli propone di cominciare a costruire una pedagogia del noi che non cancella l'Io ma lo inserisce nel gruppo consapevole che non si smorzano le qualità individuali ma diventano funzionali a tutti.

Come si capisce è molto critico nei confronti della competizione e del creare graduatorie soffermandosi non tanto sull'insuccesso ma sui rischi del successo "l'eroe se non è posto sull'altare, non sa stare in nessun altro luogo e muore. La sindrome del più bravo è una delle condizioni che compromettono maggiormente lo sviluppo armonioso di un giovane in crescita (...) nel primo della classe si promuove una personalità diretta soltanto a mantenere il primato a costo di ogni altra opportunità per scoprire e sviluppare diverse tendenze e abilità. E ciò impoverisce, in una fase in cui è bene che l'esperienza e gli ambienti in cui ci si mette alla prova siano diversificati".

Nel corso del volume si trovano moltissimi altri spunti di riflessione legati ad altri aspetti della professione docente e della scuola, tanto che è impossibile leggerlo una volta sola; anche perché, secondo me, lo stile usato è semplice ma efficace nello stesso tempo, colloquiale proprio come in una lettera personale.
Questo secondo libro lo consiglio vivamente agli insegnanti ma anche ai genitori, sul primo sono perplessa e mi piacerebbe sapere se qualcun'altro lo ha letto e che cosa ne pensa.
 

1 commento:

  1. Mi sono nuovi entrambi... mai sentiti nominare, tantomeno letti.

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