venerdì 9 gennaio 2015

Bilal



Durante le scorse vacanze di Natale ho ripreso in mano un libro molto impegnativo: Bilal di Fabrizio Gatti, sottotitolo Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi.
L'autore è un giornalista molto conosciuto per le sue inchieste da infiltrato sotto copertura.
Questo testo racconta il viaggio compiuto attraverso il Sahara sulle stesse rotte che percorre chi cerca di arrivare clandestinamente in Europa.

Pur essendo scritto in modo molto scorrevole non si può certo leggere il libro tutto d'un fiato perché le storie che vengono raccontate e le riflessioni che smuovono nel suo autore richiedono una certa attenzione. 

Dalle pagine del libro emerge la geografia di un continente defraudato per secoli e in continua regressione. 
"Il viaggio fino a Bamako durava 30 ore nel 1990. Oggi occorrono almeno tre giorni per percorrere i 1420 chilometri. Come il mare che silenzioso si insinua nello scafo di una barca prima del naufragio, anche questa regressione è il sintomo del costante affondamento del Titanic africano. Poteva andare peggio. A volte si resta bloccati a Kayes e bisogna aspettare settimane affinchè gli europei possano giocare sugli sterrati della regione. E' successo ogni volta che da queste parti è arrivato il rally più amato dai francesi, la Parigi -Dakar e le sue successive varianti. Le auto e i camion 4x4 della gara e del seguito si succhiano tutta la benzina e il gasolio disponibili. E dopo il passaggio della corsa, nel Nord non si trova carburante per un intero mese. Senza calcolare il costo umano. Il 75 per cento delle vittime della competizione non sono i piloti strapagati. Sono abitanti del Sahel investiti nei villaggi."

Il libro si popola via via di incontri: gli spacciatori di informazioni, gli autisti di camion che trasportano lungo il deserto decine e decine di persone su mezzi defunti da tempo facendosi pagare profumatamente, Billy e i suoi amici bloccati ad Agadez e diventati stranded con la mente ancora piena di progetti ma il corpo ricoperto di polvere, infiniti agenti di polizia che torturano, rubano, massacrano, tuareg in fuoristrada e salafiti di Al Qaeda, scafisti libici personale dei consolati...

Il racconto del deserto è un'odissea terribile su camion strapieni dove non si ha nenache il coraggio di addormentarsi, accanto ad altri viaggiatori denutriti: "adesso è evidente quanto sia profondo il baratro dentro cui stiamo scendendo. Questi ragazzi sanno che nessuno, qualunque cosa succeda, verrà mai a tirarli fuori. Nessun padre. Nessun fratello. Nessuno Stato. Nessuna organizzazione umanitaria. Nessuno dei governi che con le loro scelte corrotte li hanno portati qui, piangerà mai la loro morte. Da quando sono partiti sono figli di nessuno. Qui nel deserto siamo tutti figli di nessuno."

Più volte nel corso del libro, il giornalista si trova a riflettere sull'enorme differenza che fa nascere in un Paese piuttosto che in un altro.
"Tu vivi in Europa. Tornerai alle tue comodità, alla tua casa, al tuo lavoro. Al tuo Paese complice del nostro governo. E io, tra cinque minuti vado a sdraiarmi sui cartoni del mercato del pesce. Ma dove era scritto che le nostre vite dovevano essere così? Io dovrei essere arrabbiato con te".

Drammatica e surreale è la storia di  James e Joseph due studiosi liberiani che devono partecipare ad una conferenza a Lubiana: hanno un visto e una miriade di documenti in regola ma questo non gli impedisce di essere barbaramente torturati in Libia.
"Siamo appena tornati dall'ospedale. Ci sono problemi con le nostre ferite, abbiamo molti dolori. Siamo andati all'ospedale libico e per poter esssere curati, ci hanno chiesto di portare un documento in cui la polizia dichiara di aver commesso le torture".

Il libro si chiude con l'esperienza nel centro di permanenza temporanea in Italia, in assoluto la parte più cruda della storia e più difficile da leggere.

Come ho già scritto all'inizio questo è un libro difficle, denso, inquietante che lascia con un senso di disgusto ma credo anche che sia una lettura utile per farsi domande e interrogarsisul concetto di dignità umana.

Vi lascio con la dedica iniziale del libro: "Un viaggio verso la libertà non può che lasciarci liberi di prendere la rotta che più ci rassicura".

Questo post partecipa all'iniziativa I venerdi del libro di Homemademamma

2 commenti:

  1. Una lettura certo non facile. Ma da farsi.

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  2. ODIO questo tipo di libri: mi rovinano il sonno e mi tolgono l'appetito anche per un intera ora. Ma temo che valga la pena di leggerlo :(
    (grazie della segnalazione)

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